Il “Mercante di Venezia” torna per la prima volta in Ghetto

27 luglio, 2016 nessun commento


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Dopo cinquecento anni Shylock ritorna nel Ghetto di Venezia per testimoniare l’inutilità dei recinti che hanno contribuito a imprigionare gli ebrei – simbolo di tutti i ‘diversi’ del mondo – in luoghi fisici ma anche in categorie di pensiero. E’ avvenuto il 26 Luglio alla prima del ‘Mercante di Venezia‘ di Shakespeare, messo in scena, esattamente nel luogo pensato dal drammaturgo inglese per il suo racconto, dalla regista Karin Coonrod insieme alla Compagnia de’ Colombari, un gruppo internazionale di attori con sede a New York ma nato a Orvieto. Lo spettacolo, in lingua inglese con inserti in veneziano, sarà replicato per altri quattro giorni grazie all’iniziativa voluta dall’Università’ Ca’ Foscari per ricordare il mezzo millennio del più’ antico tra i ghetti, emblema dell’esclusione ma anche, paradossalmente, del tentativo più’ audace mai realizzato al mondo di apertura multiculturale.

shutterstock_132959039Durante il Rinascimento e per tutto il Seicento in questo spazio confluirono infatti pacificamente cinque gruppi etnici provenienti da Germania, Italia, Spagna, Portogallo e Impero Ottomano. Per restituire all’usuraio il luogo fisico della trama immaginata dal Bardo si e’ scelto di proporre una performance a tutto tondo in cui il teatro si e’ mescolato alla musica, all’olfatto e alle suggestioni visive delle luci che hanno illuminato una quinta d’eccezione, quella del campo del Ghetto. Uno spazio scenico che ha abbracciato alcuni dei luoghi-simbolo: l’insegna del Banco Rosso, uno dei banchi di pegno, tre delle cinque sinagoghe della zona e l’opera-memoriale dell’Olocausto. Coonrod ha voluto sperimentare per il ruolo di Shylock l’impiego di cinque attori diversi per sesso, eta’, nazionalità’ e religione, a confermare le sfaccettature del personaggio ma soprattutto il dramma, come sottolinea la stessa regista, “di uno straniero, di un escluso”. Dunque a risaltare è stata soprattutto la dolente umanità del personaggio più’ che la singola interpretazione dell’attore. In tempi di stragi a sfondo religioso, le aspre parole di Shylock (“la malvagita’ che mi insegnate io la applicherò, e saraà difficile che non superi i
miei maestri”) rivelano l’immutata attualità’ dell’incomunicabilità fra i popoli e della loro illusoria convinzione che “una libbra di carne tolta a un uomo” possa essere un risarcimento equo a qualunque dolore patito.