Musei sempre più social, ma c’è ancora da fare

25 gennaio, 2017 nessun commento


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Italia paese di musei, aree archeologiche, monumenti. Quasi 5 mila quelli conteggiati nel 2015 dall’Istat, in pratica uno ogni 12 mila abitanti. Un patrimonio ricco e diffuso, ma con tanto potenziale ancora non valorizzato. E se tanti musei italiani ormai si stanno aprendo al digitale, almeno per comunicare, sono pochi quelli in grado di offrire allestimenti interattivi, ricostruzioni virtuali, connessione wifi gratuita. Lo sottolinea una indagine presentata oggi a Milano in occasione della prima edizione dell’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali promosso dalla School of Management del Politecnico. “Le istituzioni culturali si trovano oggi di fronte a una doppia sfida: non basta attrarre visitatori, bisogna trovare il modo per comunicare il proprio patrimonio in un modo nuovo, che lo renda più prossimo alle esigenze di conoscenza ed esperienza di cittadini e turisti” raccomanda Michela Arnaboldi, Direttore Scientifico dell’Osservatorio. “Molte istituzioni hanno raccolto la sfida di trasformarsi per diventare piu’ efficienti e parlare a nuovi e vecchi pubblici.

L’innovazione digitale, che ha determinato un radicale cambiamento dei paradigmi di mercato negli ultimi anni, potrebbe ora rappresentare un fondamentale fattore di trasformazione per il settore culturale” Stando ai dati raccolti dall’Istat, parlando di strumenti digitali il più diffuso è il sito web, posseduto ormai dal 57% dei musei italiani. Seguono gli account sui social network (41%) e poi la newsletter (25%). Solo il 20% offre pero’ di allestimenti interattivi o ricostruzioni virtuali, il 19% il wi-fi gratuito. E quando si parla di QR code, servizi di prossimità, catalogo accessibile online o visita virtuale del museo dal sito web le percentuali scendono fino al 13-14%.

Condotta nel 2016 su un campione di 476 musei, l’indagine dell’Osservatorio Innovazione Digitale conferma che c’è ancora da fare. A partire proprio dai siti web, che spesso non facilitano l’utente e che nella metà dei casi (49%) sono solo in italiano. Per non parlare di servizi avanzati, come la possibilità di acquistare online merchandising o materiale legato al museo (ce l’ha solo il 6%), fare donazioni (6% e per il 70% si tratta di musei privati) e crowdfunding (1%). Quanto alla presenza sui social network, il 52% possiede almeno un account, ma solo il 13% è presente su tutti e tre i social più diffusi (Facebook, Twitter, Instagram), anche se il particolare curioso è che il 10% dei musei che non hanno un sito Internet risulta però attivo su Facebook. Nel campione analizzato, i 3 musei con il maggior numero di page like su Facebook sono comunque i Musei Vaticani, seguiti dalla Reggia de La Venaria Reale e dal MAXXI. Su Twitter, primeggia il profilo dei Musei in Comune di Roma, seguito MAXXI e dal Museo del Novecento, a Milano, su Instagram, vince la Peggy Guggenheim Collection di Venezia, seguito da Triennale e MAXXI. Una percentuale più alta, ben il 62%, è presente invece su Tripadvisor e in molti (51%) hanno un certificato di eccellenza.

E le startup? In Italia sono 105 quelle censite. Pochissime quelle che si cimentano sul B2B, probabilmente a causa della “prudenza” che le istituzioni culturali del paese ancora mantengono verso gli investimenti digitali. Mentre “c’è fermento sui servizi di supporto alla visita di musei e città, ambito in cui il mercato è maggiore anche per la forte connessione con il turismo”.

Quello che ne viene fuori, conclude Michela Arnaboldi, è un panorama di “istituzioni culturali in fermento, che cerca la via per l’innovazione per superare le criticità e sperimentare nuove modalità’ di mediazione, spesso abilitate dal digitale”. La prima sfida, sottolinea, è legata alle risorse umane e alle competenze: “le istituzioni culturali devono dotarsi di figure nuove, ibride, che diventino interpreti “digitali” del patrimonio, ossia di persone che conoscano il patrimonio, il suo valore, ma che al contempo siano in grado di valutare le opportunità’ offerte dal digitale. La seconda sarà rendere i progetti innovativi sostenibili economicamente sul medio e lungo periodo, magari attraverso nuovi modelli di business in grado di trarre risorse finanziarie proprio dai servizi abilitati dalla tecnologia”.

ANSA