Quando il viaggio è un incontro di sapori e libertà. A tu per tu con Don Pasta

15 marzo, 2016 nessun commento


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Musicista, economista e cuoco, “attivista” del buon cibo declinato alla convivialità e allo stare bene. Daniele Di Michele, in arte Don Pasta, è nato ad Otranto nel Salento dove è rimasto fino a 18 anni. Ha vissuto prima a Roma e poi tra Parigi e Toulouse. Da qualche tempo ha fatto ritorno nella Capitale e ci racconta un po’ di sé e del suo particolare viaggio attraverso la cultura culinaria. Ha visitato molti luoghi nel mondo portando con sé un bagaglio colmo di sapori unici, veri e essenziali. Li ha trasformati, interpretati e condivisi con molte culture. Riportandoli a casa, ogni volta, si è accorto che quelle ricette avevano un ingrediente in più…che fosse una spezia o altro, avevano un gusto maggiore.

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Foto Lorenzo Cuppini

Foto Lorenzo Cuppini

Ho conosciuto Don Pasta per caso, in un giorno d’estate. È stata la musica ad attrarre la mia attenzione quindi l’ho seguita fino a raggiungere un palco, all’aperto, dove due deejay, una consolle e alcune nuvole di farina si dissolvevano nell’aria. Uno dei due aveva rotto le uova e si preparava ad impastare. La prima domanda che mi sono posta è stata: cosa c’entrano le uova e la farina con i dischi in vinile? La curiosità aumentava quindi la vicinanza a quella folta platea di persone, pure! Mi hanno offerto un bicchiere di vino e da lì è partito il mio interesse per quell’evento nel quale mi sono sentita subito parte. Eh, già. Stavo per provare a vivere un’esperienza magica, dal sapore autentico: la musica e il cibo, insieme, in un piatto “unico”. Le “mani in pasta” erano quelle di Don Pasta, che dopo aver appeso la pasta all’uovo sulle staffe dei microfoni con estrema naturalezza, ha iniziato a spadellare il, pesce come se fosse la cosa più facile al mondo. La sua spettacolare gestualità nel mettere sale pepe e fantasia erano come pennellate per il completamento di un’opera d’arte. Una volta cotta e condita, la pasta era pronta per essere condivisa. Infatti, con padella alla mano, lui scendeva tra il pubblico che, divertito e pronto ad aprire la bocca, iniziava ad assaggiare quelle fettuccine ai frutti mare ricche di sapore e…talento. Ho conosciuto così Don Pasta, mentre mi imboccava con le mani una manciata di succulente fettuccine ai frutti di mare. Avete capito bene…con le mani. Ed ora è il momento di capire perché.

D: Dove nasce il nome Don Pasta?

R: Nasce in Francia, nel 2000, quando lavoravo come deejay in un locale di senegalesi. A fine serata mi mettevo a cucinare senza smettere di suonare. La specialità pugliese più apprezzata era la pasta, in particolare le orecchiette con le rape. Durante una di queste occasioni, uno di loro iniziò a chiamarmi Don Pasta.

Foto Mattia Morelli

Foto Mattia Morelli

D: Il tuo ruolo è un mix di musica, cucina e propaganda culturale. Come ci sei arrivato a questa professione, così unica nel suo genere?

R: Il deejay, per definizione, mixa ed ho cercato di estendere, con non poca difficoltà, il criterio in questo progetto unendo diversi linguaggi. La cosa che mi ha fatto fare cortocircuito è l’idea di un viaggio attraverso le culture. Ho iniziato a cucinare specialità pugliesi accompagnato da musiche caraibiche ma ci è voluto del tempo per dare una coerenza in questo mix. È l’espressione dell’amore salentino, l’apertura verso gli altri.

D: Qual è la tua idea di viaggio?

R: Ad Otranto, da ragazzo, rubavo i dischi a mio fratello per viaggiare. E ascoltare la musica mi portava a studiare. Mi chiedevo da dove provenisse quel suono e perché veniva fuori in quel modo. Conoscere l’origine della musica mi piaceva e si è trasformata in un viaggio alla scoperta degli altri. Capivo che avevo sempre qualcosa da imparare e diventavo più ricco. Il viaggio è scoprire che c’è qualcuno che si diverte anche con poco, che ama godersi la vita. Il mio essere salentino si esprime con la generosità e il “dolce far niente” (direbbero i francesi), sono l’addetto al tempo libero!

D: Ogni volta che facciamo un viaggio per andare in luogo che già conosciamo, non siamo mai come la volta precedente quindi rappresenta comunque un “viaggio”, un’occasione per una nuova scoperta. E anche con le persone che ri-trovi, il rapporto cambia. E il viaggio che fai quando torni in Puglia, com’è?

R: Da un lato mi sento fragile perché sono cambiato. Non riconosco tutto della mia terra e la mia terra non riconosce me. Serve ogni volta un nuovo equilibrio. Così, ripropongo ricette pugliesi con le variazioni apprese in altri luoghi, con altri popoli. E non si tratta di fusion, unione astratta in cui si mettono insieme con un criterio un po’ artefatto varie culture e tecniche gastronomiche. Si tratta di “contaminazione” come evoluzione naturale della cucina.

Mantengo l’origine del piatto e della gestualità “antica” nel realizzarlo.

D: Da chi hai appreso quella gestualità? E il fatto di imboccare le persone che partecipano ai tuoi eventi, chi ti ha ispirato?

R: Mia nonna! È stata lei a trasmettermi la cultura della cucina pugliese. E non solo. Lei non si limitava a cucinare ma faceva molto di più… ti coinvolgeva. E poi in maniera spontanea e generosa ti imboccava.

Foto Mattia Morelli

Foto Mattia Morelli

D: Torniamo all’elemento musicale, uno degli ingredienti fondamentali del tuo lavoro. La tua prima arte, l’essenza del tuo viaggio. Quale è stato lo stimolo musicale che ti ha influenzato di più?

R: I Clash, gruppo faro del punk inglese, che unirono il punk al reggae jamaicano e all’hip hop creando uno
dei primi esperimenti di meticciato nella musica moderna.

Foto Mattia Morelli

Foto Mattia Morelli

D: Parli molto di convivialità, di stare insieme, di relazioni tra le persone e di quanto la musica e la cucina possano amplificarne la bellezza. Viaggiare è incontrare l’altro, è uno scambio di culture, è apprezzare la diversità per farla propria, come ricchezza imprescindibile. C’è una cucina che hai apprezzato di più, per aver accolto i sapori di altre tradizioni?

R: Durante i dieci anni vissuti a Toulouse, ho conosciuto cuochi di origine magrebina che facevano cucina francese mixandola con le loro tradizioni. Questo dimostra che gli arabi e i francesi hanno intuito che l’unica soluzione allo scontro è l’incontro delle culture. La loro volontà di provare a contaminarsi è stato per me, scoprire un aspetto nuovo.

Foto Marco Mayer

 Foto Marco Mayer

D: La tua bravura durante gli spettacoli è data dalla capacità di incontro con la gente. Ti avvicini e gli fai provare un sapore nuovo direttamente dalle tue mani. Stabilisci un contatto forte.

R: Non è questione di bravura ma di autenticità: dalla scelta degli ingredienti alle persone del posto. Organizzare pranzi e cene per stare insieme e divertirsi. Imboccare le persone è stabilire un rapporto di fiducia reciproca e diminuisce la distanza in un mondo in cui le distanze aumentano sempre di più.

È la ragione per la quale un popolo come quello italiano dovrebbe essere recettivo, perché non ha perso traccia della sua umanità.

D: E qual è secondo te l’ingrediente fondamentale per realizzare tutto questo?

R: L’olio.

D: E cosa può rappresentare l’olio?

R: L’idea di umanità della cultura del cibo. Mia nonna diceva: “Daniele, se hai un problema, aggiungi l’olio”.

Alla fine dell’intervista riprendo il motorino e durante il viaggio di ritorno a casa, mi viene voglia di ascoltare Should I stay or should I go (Clash, 1982) e così, mentre mi destreggio nel traffico della capitale penso all’olio… si è accesa la spia! Si, si è accesa anche in me quell’idea di umanità di cui parlava Don Pasta che, se la decliniamo al viaggio, è la migliore scelta che ogni viaggiatore possa fare.

Aggiungete olio e fate buon viaggio!

Silvia Brugnara

Troverete questa intervista e molto di più sui prossimi numeri di Islands. Stay tuned!

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