Si può vivere di cioccolata

18 luglio, 2014 nessun commento


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Sono le 11 di mattina, e mio marito mi ha sorpreso con un cucchiaio di cioccolato fondente fuso di alta qualità in bocca. Me lo sono rubato dal paiolo in pietra dinanzi a me. “Che stai facendo?”,
sussurra, dandomi di gomito nelle coste. “Non dovresti mangiarne ancora”. Io e Steve produciamo barre di cioccolato – direttamente dai semi di cacao – presso l’Hotel Chocolat di Santa Lucia, un Boutique Resort che rispetta il suo promettente nome 24 ore su 24.

Non sono soltanto le confezioni, che conferiscono al posto ed ai suoi ospiti, vibrazioni del genere. Ieri abbiamo bevuto martini al cacao e bellini al cacao prima di cena. Abbiamo mandato giù bicchierini di cioccolato ghiacciato come stuzzichino prima di pranzo. Abbiamo fatto merenda con tonno alla fiamma con pesto al cacao, e con ravioli al cacao cosparsi di pennini al cacao (semi di cacao spaccati ed arrostiti). E’ tutto parte di un esperimento da sogno. E’ possibile, o meglio posso io, vivere di cioccolato? Così, come una bambina che depreda la pentola dell’impasto dei biscotti, questa mattina sto rubando fiotti di cioccolata ogni volta che lo chef Jon Bentham non sta guardando. Ma Jon, che governa il Boucan, il ristorante dell’albergo, è ben consapevole di cosa si stia insinuando in me.
“Trovo tutto ciò che riguarda il cioccolato irresistibile”, dice, gettando l’occhio sugli sbaffi agli angoli della mia bocca. L’Hotel Chocolat è la fantasia stilosa dei cioccolatieri inglesi. Ariosi cottage di legno per gli ospiti, chiamati baccelli di cacao, sono decorati con saporite sfumature di cacao nero e bianco. Ci sono trattamenti spa al burro di cacao. Degustazioni di cacao in nove livelli. Un ristorante con un menù che promette una qualche forma di cacao o cioccolato in ogni piatto.
Sono pronta: cioccolatizzatemi!!

È iniziato con la nostra prima cena, quando è arrivato il pane, non imburrato, ma servito con una crema di gocce di cioccolata ed una salsina al cioccolato balsamico. Da allora le cose si sono fatte interamente e deliziosamente folli. Il mio confit d’anatra era condito con arance locali agrodolci e pennini di cioccolato, ed accompagnato da purè di patate al cioccolato bianco. Sembrava un qualcosa su cui avrebbe sognato un bambino di cinque anni in delirio da zuccheri. L’infantilità deve avermi contagiata in quanto ero restia a lasciare sia pure una stilla delle mie ciocco-patate – o di qualunque altra cosa nel mio piatto – a Steve. Non senza qualcosa in cambio, come un generoso morso della sua costata di manzo condita con una favolosa salsa al porto e cioccolato fondente. Ed ogni volta che sentivo il bisogno di un altro po’ di roba buona, mi spingevo dall’altra parte del tavolo al macina-pennini, che poi si è accasato accanto al mio bicchiere di vino. Arrivati al dessert, ero sicura che il sangue nel- le mie vene fosse divenuto di un marrone scuro e cremoso. Per mantenerlo così, ho ripulito una mousse al caffè espresso e cioccolato fondente con
gelato al cioccolato fondente. Il cioccolato contiene un “uno-due” follemente naturale: la teobromina, elemento chimico che favorisce il rilascio di endorfine e migliora l’umore, e la feniletilamina, la “droga dell’amore”, rilasciata dalla parte del cervello responsabile dell’eccitazione sessuale. Quindi ciò che abbiamo qui sono Happy Meal per adulti consenzienti.
“Cosa dovrei provare adesso?” chiedo allo chef Jon. Lui si schernisce. “Domanda difficile. Forse il dessert Beans-to-Boucan”. Nove tipi diversi di cioccolato in un unico piatto. Dovrei farmi coraggio. Questa mattina presto – sfuggita ad una colazione scuotisonno a base di thè al cacao, granolata di cioccolato e toast cioccolato e crema di nocciole – ho deciso di risalire alla fonte di tutta questa eccitazione: la piantagione di cacao di 140 acri dell’hotel. Sotto l’occhio vigile dell’agro- nomo Cuthbert Monroque, ho tentato di darmi agli innesti vegetali, onde creare la mia propria aggiunta alla nursery di cacao dell’Hotel Chocolat.

“Torni fra un paio d’anni e potrà assaggiare il cioccolato del suo albero”, mi ha detto Cuthbert. Ottimo affare. Ma avevo bisogno di un sostegno più immediato per portare avanti il mio esperimento. Così mi ha fatto staccare un grasso baccello di cacao del colore del tramonto da un albero e lo ha spaccato con un machete, rivelando i semi annidati all’interno. “Provane uno”, mi ha detto. Mi sono messa in bocca uno di quei semi untuosi, e succhiando- ne la polpa dolce-acidula, ne ho preso subito un altro.

Non avevo mai capito quanto mi piacessero le scienze botaniche. La cucina è sempre stata la mia passione. Sta raggiungendo nuovi apici sulla veranda della casa ottocentesca della tenuta, dove lo chef Jon ci sta illustrando la produzione di queste barre di cioccolato di alta qualità. Mentre snocciola curiosità sul cioccolato –“nella società azteca tre semi di cacao comperavano un avocado, 100 un tacchino” – io schiaccio (e assaggio) pennini di cioccolato appena arrostiti con pestello e mortaio, finché non vengono trasformati in una pozza (ora di assaggiare ancora) di cioccolato sciolto non dolcificato (e un poco sabbioso). Ci aggiungo un po’ di burro di cacao ed una punta di zucchero, e mi do ad un pò di degustazione come si deve.

“Penso che potrei vivere di questa roba”, mormoro. “Concordo pienamente”, dice lo chef Jon. Sostiene poi la sua affermazione con ulteriori fatti. “E’ pieno di antiossidanti, aiuta ad alleviare gli stati di affaticamento e può ridurre la pressione.” Con le barre dirette in frigo, prendo in considerazione l’idea di un appuntamento per un trattamento facciale al cacao. Ma francamente, sono già colorita così. Quella notte, io e Steve saliamo i gradini color fondente del ristorante e ci sediamo su un banchetto color cioccolato al latte per dei cocktail al cacao. Quando arriva la cameriera con il mio primo piatto – un “dessert” di fegatini di pollo in spiedini con una ganache al cioccolato fondente amaro al 65%, combinazione stravagante (e del tutto azzeccata) – non posso fare a meno di soggiungere
“Dovrete pur stancarvi del cioccolato.” Lei mi guarda come se avessi chiesto se si stancasse mai di respirare. E così anche Eddie, che apre la nostra bottiglia di Chateau Chocolat Vintage Red. “Come potrebbe mai qualcuno stancarsi del cioccolato?” risponde. Nel momento in cui arrivano a tavola i tartufi per il dopocena, mi sento svenire in senso positivo. Mio ma- rito suggerisce che io possa essere in sovraccarico da teobromina. Si, posso vivere di cioccolata. Almeno per alcuni giorni.

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