Zanzibar, almeno una volta nella vita

11 maggio, 2015 nessun commento


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Mare e cultura, architettura e spezie, spiagge e storia: pochi altri posti al mondo emozionano come Zanzibar, la “Terra dei neri” come erano soliti definirla i persiani. Chiunque dovrebbe visitare almeno una volta nella vita questo arcipelago dell’africa orientale immerso nell’Oceano Indiano, a pochi chilometri dalle coste della Tanzania. Ho avuto la fortuna di farlo per una settimana, un periodo sufficiente per immergermi nella cultura locale e capire per quale motivo Unguja e Pemba, le due isole principali di Zanzibar, siano ormai tra le mete più desiderate del turismo internazionale. Le influenze arabe, indiane ed europee, che per secoli si sono alternate nelle isole, non hanno scalfito la cultura swahili che ancora oggi serpeggia in questo popolo allegro e ospitale, specialmente con gli italiani.

 

La definizione di “paradiso tropicale” non è affatto scontata per queste isolette poste 6 gradi sotto l’Equatore. Lo splendore delle acque, imprezio- site dalla barriera corallina, non sono passate inosservate e a partire dagli anni ‘90 il turismo è diventato la principale attività dell’isola. Negli ultimi vent’anni Zanzibar ha vissuto un periodo di forte espansione e molti italiani sono venuti fin qui per aprire nuove attività e provare a cambiare vita. Il richiamo esotico di questi lidi è innegabile, il turismo qui va a gonfie vele e i lavori per il restyling del nuovo aeroporto – che dovrebbe essere completato entro la fine del 2016 – ne sono la dimostrazione. Avverto la forza del connubio Zanzibar-Italia non appena atterro a Unguja, zanzib02la più grande delle isole dell’arcipelago, molti di loro si rivolgono a me in italiano e alcuni lo fanno in modo impeccabile.
il mix di culture è evidente ad ogni angolo ed è la fotografia della storia di questi luoghi. A lungo indipendente col suo porto frequentato da persiani, arabi e portoghesi, Zanzibar divenne durante il periodo del sultanato dell’Oman, il più importante centro dell’Africa orientale nel commercio di schiavi. Il mercato fu poi interrotto con l’arrivo degli inglesi alla fine dell’Ottocento, rimasti in Africa fino alla rivoluzione del 1964 che portò all’unione di Tanganica e Zanzibar. Nacque la Repubblica Unita della Tanzania – uno degli Stati più estesi al mondo – grande tre volte l’Italia. La storia dell’arcipelago si intreccia, quindi, solo marginalmente con quella continentale della Tanzania, per secoli Zanzibar ha, infatti, vissuto di proprie risorse. Oggi è uno dei principali produttori mondiali di spezie, ma importa dal continente corrente elettrica, carne e verdure.

QUALCHE NUMERO

Dei 44 milioni di abitanti della Tanzania, un milione e mezzo si trovano
a Zanzibar. Di questi, circa 40 mila hanno un lavoro fisso, generalmente legato al turismo. I collegamenti tra Zanzibar e dar Es Salaam, l’ex capitale della Tanzania e primo avamposto del continente, prevedono
2 ore di aliscafo o un quarto d’ora di volo. L’assenza di animali feroci – i Big five si trovano solo nella Tanzania continentale – il clima ideale e l’ampia disposizione di frutti tropicali, rende assai piacevole la vita in questi luoghi. Si pescano polipi, granchi, aragoste e calamari. La terra offre 20 tipi di mango e poi ancora cocco, banana, papaia e l’esotico frutto della passione. Ma la vera specialità dell’arcipelago è rappresentata dalle spezie: fiori di garofano, cardamomo, noce moscata, peperoncino, cannella e zenzero profumano le strade della capitale.

HAKUNA MATATA

Passano poche ore e gli zanzibarini mi spiegano come la loro vita sia regolata dalla filosofia dell’hakuna matata, traducibile in modo forzato con un “non c’è problema”. È uno slogan che li accompagna in ogni momento della giornata e che è diventato il loro marchio di fabbrica. La povertà che affligge questo popolo non è ritenuta un motivo valido per lamentarsi, il sorriso rimane sempre stampato sul volto di questi ragazzi di origine bantu. Non muoiono di sete perchè l’acqua arriva su tutta l’iso- la e non muoiono di fame grazie all’incredibile varietà di frutti, alla coltivazione di riso e alla pesca. Eppure hanno un rapporto differente rispetto a noi con la vita e la morte. La loro esistenza si sviluppa in maniera naturale e un po’ fatalistica, giorno per giorno. L’obiettivo principale è avere qualcosa da mangiare per pranzo e cena, il resto è tutto “hakuna matata”, ovvero un sorriso che ti accompagna dalla mattina alla sera e non ti lascia più.


A differenza della Tanzania
, dove è netta la prevalenza dei cattolici sui musulmani, a Zanzibar la percentuale è completamente ribaltata. Più del 95% crede in Allah – conseguenza dell’influenza araba dei secoli scorsi – il restante si shutterstock_240706627divide tra cattolici e induisti. Eppure la convivenza è perfetta, non si registrano incidenti o tensioni nell’isola. Il quieto vivere è tangibile a Stone Town, il quartiere storico della capitale di Unguja, dove è facile vedere chiese e moschee poco distanti tra loro. La città, patrimonio Unesco col suo stile arabo, accoglie oltre 50 moschee. Una volta si poteva entrare in città solo se si avevano conoscenze con indiani, arabi o inglesi, oggi è tutto diverso. Facile perdersi nei vicoli del centro e nel mercato dove verrete assaliti da venditori di ogni tipo. Il mio tour prosegue con la Rocca portoghese, la Chiesa anglicana, il Palazzo delle Meraviglie e la casa di Freddy Mercury che qui nacque. Il fatto che questo luogo sia un centro ancora in completa espansione, lo capisco quando mi indicano un semaforo, il primo di tutta Zanzibar, istituito solo pochi mesi fa.

Questo aspetto mi viene chiarito da Ali Saleh, giornalista locale e corrispondente per sport e politica della BBC. Lo incontro tra i vicoli di Stone Town e mi spiega come il turismo sia “l’asse centrale della nostra economia, è il 65% delle entrate e il 60% del nostro lavoro. Ma credo sia riduttivo parlare di Zanzibar solo per questo, si potrebbe fare molto di più”. Ali è felice che la sua terra sia considerata una paradiso tropicale, ma auspica un futuro diverso che dia all’economia una spinta ulteriore. “Potremmo sviluppare la produzione hi-tech – mi racconta – ed essere una nuova Silicon Valley, la speranza è di diventare presto come Hong Kong, Singapore e Mauritius, ne avremmo le possibilità”. La mentalità degli zanzibarini è aperta e si può sperare in un futuro florido. “Le donne hanno grande importanza nella nostra società – mi dice in conclusione – lo capisco dal mio settore in cui ormai ci sono più donne che uomini. Due donne sono direttrici di giornali”. Ma anche in politica il gentil sesso si fa rispettare, “due ministri sono donne”. Dal 2001, Zanzibar ospita anche l’università con la facoltà di giurisprudenza e le donne sono regolar- mente iscritte.

 

Dai un pesce ad una persona, e quella persona sarà sazia per un giorno. Insegna ad una persona a pescare, e quella persona si sazierà per tutta la vita.

 

ZANZIBAR CITY

Capitale dell’omonimo arcipelago, situata sulla costa occidentale della grande isola di Unguja, è un crocevia di culture dalla notte dei tempi. arabi, persiani, indiani e inglesi hanno lasciato qui la loro impronta, donando a questo luogo un fascino d’altri tempi. Il mix perfetto di stili architettonici hanno reso Stone Town, il quartiere più antico, una vera e propria opera d’arte. Per le strette vie del centro vi capiterà di ammirare i meravigliosi portoni di legno, ricchi di intagli e decori. Il tutto fatto a mano da abili intagliatori. Tra i palazzi più belli della città ci sono la Moschea di Malindi, il Palazzo del Sultano, quello delle Meraviglie e la cattedrale di San Giuseppe.

 

Tra gli italiani trapiantati a Zanzibar c’è il veneto Andrea Bee, direttore del Veraclub Zanzibar Village che gestisce insieme alla moglie Maria, assistant manager, conosciuta ventiquattro anni fa in Kenya. Il villaggio sorge ad est di Unguja, a Kiwengwa: 63 camere per 153 posti divisi in doppie, triple e quadruple. Aperto dal 1996, ospita per il 70% coppie, 20% shutterstock_210517750famiglie e 10% single. Immersa tra le palme, la struttura si erge proprio davanti a quella barriera corallina facilmente raggiungibile durante il giorno grazie al gioco delle maree, uno spettacolo sempre molto affascinante. Il villaggio è composto da bungalow a schiera, ognuno dei quali coperto coi makuti, i tetti di tradizione swahili che vengono rinnovati ogni sei anni. È il direttore a spiegarmi la forza del connubio tra Zanzibar e l’Italia, rafforzato dall’impegno nell’isola di due Veraclub. “La ristorazione è il fiore all’occhiello del nostro villaggio, il turista italiano qui si deve sentire a casa. L’obiettivo è esportare la nostra cucina all’estero, a tavola quindi non mancano mai olio, pizza, pasta, riso e caffè. Ma diamo spa- zio anche alla cucina locale, che è molto speziata e affascina i turisti”.

Inglesi, francesi o tedeschi si fanno bastare anche la lettura di un libro sotto le palme, ma gli italiani sono attratti sempre
dal mare e il Veraclub cerca di soddisfare le esigenze dei nostri connazionali che prendono d’assalto questi luoghi in tutti i momenti dell’anno, specialmente tra novembre e febbraio quando le temperature sono elevate e il sole picchia forte. La formula è vincente e i dati lo dimostrano.

“Alcuni – prosegue il direttore – tornano a trovarci due volte l’anno da 15 anni. Ma in generale c’è un 30% di repeaters, turisti che ritornano qui perchè nel nostro villaggio riescono a trovare tutto quello che cercano: buona cucina e relax, ma anche tante attività sportive”.
Il segreto del successo è da ricercare anche negli zanzibarini che lavorano con il direttore, il 60% di loro è qui da quando il villaggio ha aperto. Il Veraclub Zanzibar Village chiude i battenti da aprile fino a giugno, poi a luglio inizia la nuova stagione.

Più tardi nel mio viaggio arrivo anche al Veraclub Sunset Beach nel nord di Unguja, a kendwa. Il villaggio è diretto da Sandro Del Gatto, campano. Ci sono 44 camere per 105 posti. Aperto dal 2010, il Sunset ospita prevalentemente coppie tra i 30 e i 50 anni. “A differenza dello Zanzibar Village – mi spiega – qui non ci sono palme, il clima a nord dell’isola favorisce piuttosto le piante grasse”. La guardia del villaggio è affidata ai giovani Masai. La specialità del luogo è contenuta nel nome, “il tramonto è il nostro punto forte. Organizziamo ogni giorno escursioni in mare aperto per poterlo apprezzare ancora meglio”. Un’escursione che ovviamente non mi sono fatto mancare, a bordo dei tradizionali dhow, le imbar- cazioni a vela, costruite in legno dai pescatori locali. Un pomeriggio bellissimo, accompagnato dai canti locali dell’equipaggio che delizia i propri ospiti servendo frutta tropicale. Il sole che si addormenta nell’Oceano Indiano pone fine a un’escursione indimenticabile.

 

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Il ritorno in italia dopo sette giorni di Zanzibar è stato traumatico. All’arrivo mi sono bastate, infatti, poche ore per calarmi nella cultura swahili e lasciarla non è facile. Il percorso in pullman che mi riporta in aeroporto è un lungo film di immagini, suoni e sapori… Le bambine che si recano a scuola, coi loro veli di colori differenti
a seconda del distretto di appartenenza… I villaggi nell’entroterra, dove la povertà non scalfisce l’umore di questa popolazione pacifica e pura… Gli intagliatori di legno sul ciglio delle strade, che lavorano a mano porte e armadi. E, proprio in quel preciso momento mi tornano in mente le parole di Julius, un ragazzo incontrato nei miei giri zanzibarini. Mi raccontò che non sapeva quanti anni avesse perchè nacque in una foresta. Lo guardai perplesso, forse sorpreso. Ma lui non se ne curò, mi sorrise e sussurrò: “hakuna matata”.

 

Marco Reali

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