Ceramiche di Vietri: dalla Costiera con amore

1 agosto, 2015 nessun commento


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Vivaci, allegre colorate: sono le ceramiche di Vietri. Se per voi estate significa, principalmente, mare, con buone probabilità non resterete indenni al fascino della Costiera, volendo aggiudicarvi un ricordino che esprima maestria artigianale e autentica “mediterraneità”.

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Che si tratti di un prestigioso oggetto per la tavola, per il salotto o, semplicemente, di un piccolo souvenir simbolico da aggiungere su qualche scaffale, poco importa: conta, invece, tornare a casa con i profumi di una parentesi piacevole, fatta di agrumi, limoni, frutta a tinte forti che, seppur solo raffigurata, sarà in grado di regalare il buonumore di una vacanza spensierata anche una volta giunti in città, travolti dalla solita routine.

Ma come nascono questi manufatti celebri in tutto il mondo? Le ceramiche come oggi le conosciamo non sono altro che il processo lento e secolare di numerosissime influenze. Pensate che, già nei primi anni dell’XI secolo, erano presenti nel territorio vietrese diversi personaggi riconducibili all’attività ceramica. Un ruolo significativo nello sviluppo di quest’arte fu svolto dall’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni: il territorio di Vietri era considerato, infatti, lo snodo industriale perfetto dove costruire gli impianti per la produzione di quegli oggetti che potevano servire ai monaci.

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A partire dal Seicento si produrranno a Vietri le maioliche in stile compendiario, cioè quelle con lo sfondo bianco e poche rappresentazioni stilizzate in turchino, giallo ed arancio (raramente in verde).

L’arrivo nel salernitano di maestranze abruzzesi produsse l’incremento della produzione soprattutto di piatti, boccali, sottotazze e saliere e il territorio vietrese fu scelto, rispetto a Cava, perché la presenza del torrente Bonea permetteva di azionare facilmente i mulini che servivano a lavorare la creta e a macinare i colori. Nel Settecento la produzione raggiunse una qualità eccellente anche nella tavolozza, grazie alla produzione di vasi farmaceutici, dove il tocco cromatico del marrone di manganese (inconfondibile marchio dei ceramisti vietresi) aprì nuovi campi di sperimentazione.

Nell’Ottocento si colloca la massima espressione artistica per le riggiole (mattonella in ceramica, maiolicata e decorata a mano, tipica anche della zona di Sorrento e Amalfi, utilizzata per rivestire sia pavimenti che pareti).

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Altra forte influenza è stata quelle dei toscani – di cui ci fu una forte migrazione verso Vietri quando fu installata la “Vetreria Ricciardi”, successivamente “Saint Gobain”, poi dismessa – e quella dei tedeschi che, dopo lo sbarco degli alleati, decisero di rimanere a Vietri per la piacevolezza del clima mite. Esperti in chimica, inventarono dei colori per le ceramiche vietresi che sono classificati, attualmente, come irripetibili (ad esempio, il giallo di Vietri).

Come riconoscere, dunque, un bravo ceramista? Semplice! Mettendolo alla prova con una delle icone del posto: il “ciucciariello” (l’asinello), animale il cui ruolo, un tempo, era fondamentale per muoversi con agilità tra i ripidi dislivelli della Costiera. Ancora ai giorni nostri, infatti, sono pochi quelli che sanno riprodurlo minuziosamente.

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