Jamaica: sotto il segno del sole

6 gennaio, 2015 nessun commento


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Progettate la vostra fuga nella meta più adatta a mettersi alle spalle il grigiore dell’inverno cittadino. Esploriamo la cultura e le bellezze della perla delle Antille.

Ci sono giorni, nel periodo più uggioso del tardo autunno e dell’inverno, in cui anche solo il pensiero di svegliarsi è una sfida penosa. Quando al mattino il mostro meccanico che abbiamo sul comodino si mette a trillare per ricordarci che ci attende un’altra giornata di lavoro vorremmo solo allungare il braccio e scaraventarlo lontano per riprendere sonno. Ma tocca alzarci e afferrare infreddoliti la vestaglia, mentre le persiane appena aperte rimandano immagini di un cielo plumbeo o lattiginoso, parente molto alla lontana di quello che, d’estate, elargisce in abbondanza i raggi ristoratori del sole. Se siete anche solo un po’ meteoropatici, questo è il momento in cui alle più piccole azioni quotidiane si aggiunge – sottile, ma tangibile – il peso della stagione inclemente, che rende tutto più faticoso. Se poi, per i più vari motivi, le ferie estive sono state scarse o nulle, il bisogno di riposo morde con particolare intensità e ci trascina spontaneamente verso destinazioni incantevoli, che possano consentirci, anche sotto Natale, di sentire il calore del sole che lambisce piacevolmente le membra, mentre i nostri occhi rincorrono paesaggi che si sottraggono alla capacità dell’uomo di trovare aggettivi per descriverli. Se, sull’onda di queste sensazioni, siete alla ricerca del posto giusto dove andare, vi suggeriamo di pensare a una terra che riporta alla mente il significato etimologico di paradiso, ovvero il giardino recintato, protetto, ricolmo di delizie. Stiamo parlando della Jamaica, perla delle Grandi Antille, tempio di una natura incontaminata, come testimoniano i tanti film che hanno scelto quest’isola come cornice suggestiva ed emozionante.

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Cristoforo Colombo, che vi sbarcò nel 1494, stregato dal paesaggio incantevole che si spiegava davanti ai suoi occhi la descrisse come “la più bella isola che occhio umano abbia mai veduto”. Quale migliore incitamento per andare a riscontrarlo di persona? D’altra parte, non si tratta della più antica definizione lusinghiera della Jamaica: i Taino (popolazione stanziata in america meridionale, che parlava la lingua arawak) la chiamarono Xaymaca (da cui deriva il moderno nome dell’isola), parola che è stata interpretata come “terra di legna e acqua”, a rimarcare la presenza di splendide zone boschive e di lagune cristalline, o “terra della primavera”, per il clima che consente alla natura di manifestarsi in un trionfo di colori dal sapore tipicamente tropicale. Profondamente innamorato di quest’isola era anche Ian Fleming, che scrisse qui i romanzi di James Bond. Abitava nella costa settentrionale, sulla spiaggia di Oracabessa, nella tenuta Goldeneye, nome ispirato a un romanzo di Carson McCullers, ma che agli appassionati di 007 dirà certamente qualcosa.

La Jamaica è la meta ideale per cullare i vostri sogni d’amore durante una fuga romantica, ma anche per divertirvi insieme agli amici tra musica reggae e innumerevoli locali sulla spiaggia dove ballare a piedi nudi tutta la notte senza la tipica formalità e l’eleganza ingessata della vita notturna europea. Il tutto senza rinunciare alla dimensione culturale e alle tante occasioni che il vostro viaggio avrà modo di offrirvi per conoscere e approfondire.

Se il nostro spunto vi ha fatto venire la voglia di partire, non indugiate: il momento migliore è proprio questo. Con la fine di novembre termina ufficialmente la stagione degli uragani e tra dicembre e marzo il clima afoso tropicale è stemperato dagli alisei, che portano con sé una piacevole frescura. Si tratta, inoltre, del periodo in media meno piovoso, il che consente di spremere ogni momento della vostra vacanza, perché tutte le emozioni che porterete negli occhi al ritorno possano trasformarsi nella carica giusta per lavorare e nella voglia, tra qualche tempo, di progettare un nuovo viaggio, che vi conduca in un altrove non soltanto geografico.

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Il motto che si trova sullo stemma della Jamaica rende l’idea dell’incontro di etnie e culture che si realizza sull’isola. La maggior parte della popolazione è costituita da neri discendenti degli schiavi provenienti dall’Africa occidentale: il legame con l’Africa è, infatti, avvertito profondamente dalla popolazione locale, che sente di appartenere al continente africano molto più che ai Caraibi. Seguono asiatici, europei, libanesi e individui di etnia mista.

Come abbiamo accennato, prima dell’arrivo di Cristoforo Colombo la Jamaica era popolata dai Taino di lingua arawak, che vi si erano stabiliti intorno al 1000 d.C. Il primo insediamento spagnolo, nella costa nord, risale al 1509; la dominazione spagnola terminerà nel 1655 con la spedizione dell’ammiraglio inglese William Penn, inviato sull’isola da Oliver Cromwell. Nella seconda metà del diciassettesimo secolo Henry Morgan (il leggendario “pirata Morgan”, che nei suoi romanzi Salgari presenta come il luogotenente del Corsaro Nero) divenne vicegovernatore della Jamaica e le sue spedizioni contribuirono a consolidare il dominio inglese sull’isola e al suo definitivo riconoscimento da parte della Spagna. La dominazione inglese fu, purtroppo, caratterizzata dalla crescita esponenziale della schiavitù (nel diciottesimo secolo si contavano cinque schiavi per ogni colono bianco): il doloroso ricordo di questa terribile realtà ha lasciato forti tracce nella cultura e nella produzione letteraria e musicale. Il lavoro massacrante degli schiavi portò la Jamaica a diventare, tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento, il primo produttore mondiale di zucchero. La schiavitù venne ufficialmente abolita nel 1834, mentre bisognerà attendere il 1962 per l’indipendenza del paese dal Regno Unito. L’isola rimane comunque membro del Reame del Commonwealth e riconosce, quindi, la regina Elisabetta II come proprio capo di stato. La lingua ufficiale è l’inglese; molto diffusa anche la lingua creola jamaicana o patois jamaicano. La valuta corrente è il dollaro jamaicano (il tasso di cambio è di circa 140 JMD per 1 €).

Una volta giunti in Jamaica si sentirà spesso ripetere lo slogan “Jamaica no problem” o “everyt’ing irie” (tutto a posto): un utopistico auspicio pronunciato con ironia e dignità.

Tra le altre espressioni caratteristiche, ricordiamo il saluto pugno contro pugno accompagnato dall’espressione “respect”.

 

LA GRANDE BELLEZZA

Un’isola allungata di forma vagamente ellittica: 240 km di lunghezza e 80 di larghezza. Un piccolo scrigno dalle bellezze naturali che saziano gli occhi di meraviglia, colpendo anche per la loro varietà. Il territorio è prevalentemente montuoso e i rilievi contribuiscono a dare corpo a un paesaggio inconfondibile. La parte orientale, non lontano dalla capitale dell’isola Kingston, è caratterizzata dalle Blue Mountains, la più lunga catena montuosa jamaicana, spettacolare per la varietà della flora e della fauna, la cui cima più elevata, il Blue Mountain Peak raggiunge i 2.256 m. In queste impervie zone si rifugiarono, tra il XVII e il XVIII secolo, i windward maroons, per sottrarsi al colonialismo britannico e a un destino di schiavitù. Vi invitiamo a non perdervi un’escursione in notturna in questa zona ancora in gran parte incontaminata, per ammirare, dalla cima del Blue Mountain Peak, lo spettacolo del sorgere del sole. Questa è anche la zona dove viene prodotto quello che è considerato uno dei caffè migliori al mondo. Stiamo parlando del Jamaica Blue Mountain, il cui aroma inconfondibile è l’esito di tre fattori tipici di questo luogo: l’altitudine, la composizione del terreno (che è di origine lavica) e il trattamento cui vengono sottoposti i chicchi dopo la raccolta. Purtroppo la produzione di questa prestigiosa bevanda è correlata con la deforestazione delle aree destinate alla coltura e con la riduzione del numero di uccelli.

La natura più pittoresca e anche meno turistica è forse quella del distretto di Portland, nella zona nord-orientale, tra montagne, fiumi impetuosi, gole, spiagge paradisiache (come la celebre Blue Lagoon, a Port Antonio). Non rinunciate a un’escursione nella valle del fiume Rio Grande, dove potrete scattare foto degne di un reportage naturalistico. Il distretto di Portland è anche una delle zone in cui è più probabile ammirare la famosa Farfalla Omero (Papilio homerus), specie esistente solo in Jamaica, con le sue splendide ali gialle e nere dall’apertura che arriva a 140 mm. Tenete a portata di mano la macchina fotografica, nel caso vi capitasse di avvistarne una: purtroppo si tratta di una specie a rischio di estinzione. Qui e in gran parte dell’isola tenetevi anche pronti ad ammirare una meravigliosa specie endemica di colibrì, il Trochilus polytmus (detto, in inglese, “doctor bird”) considerato il simbolo della Jamaica, la cui bellezza è stata esaltata anche da Ian Fleming.

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Nella costa settentrionale è impossibile perdersi lo spettacolo delle Dunn’s River Falls, le meravigliose cascate situate presso la cittadina di Ocho Rios, il cui nome, che farebbe pensare a “otto fiumi”, deriva, invece dal termine “chorreros”, letteralmente “acque rapide”. Facendo attenzione a non scivolare (conviene premunirsi di scarpette con la suola di gomma antisdrucciolevole), godetevi il momento della risalita a piedi delle cascate, immersi in una foresta incantevole, più volte immortalata nelle immagini che desiderano rappresentare la bellezza dei Caraibi. A nord-ovest vi è una delle mete turistiche di punta, Montego Bay, famosa per la vita notturna e i divertimenti, ma anche per le splendide spiagge (tra cui la celeberrima Doctor’s Cave). Gli amanti della natura e dello snorkeling non devono assolutamente rinunciare a esplorare il Montego Bay Marine Park, primo parco nazionale della Jamaica, celebre per la barriera corallina (ben preservata, nonostante alcuni danni subiti in passato), le mangrovie della Bogue Lagoon e la straordinaria varietà faunistica. Si potranno ammirare aironi e pellicani, eleganti egrette, grossi granchi, barracuda, tartarughe azzannatrici e molti scenografici pesci leone.

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La capitale turistica della costa occidentale è Negril, celebre per gli undici chilometri di sabbia della Long Bay. Lasciatevi stregare dagli splendidi tramonti nel locale simbolo della zona, il Rick’s Café, situato in cima a una pittoresca scogliera, dalla quale vedrete provetti tuffatori esibirsi, per i turisti, in voli da brivido. Da qui è possibile recarsi nella costa meridionale e pianificare un’escursione sul Black River, il più lungo fiume jamaicano e visitare l’imperdibile Great Morass, un enorme mangrovieto rifugio di molte specie di uccelli (tra cui il famoso jacana, aironi, gallinelle d’acqua etc.) e anche del coccodrillo americano (Crocodylus acutus), che i locali chiamano “alligatore”. Vi consigliamo, infine, di non rinunciare a una visita alle cascate YS, dove potrete provare l’emozione di gettarvi in acqua aggrappati a una liana. Natura e relax vi attendono, invece, a Treasure Beach, una tra le spiagge più belle dell’isola.

 

 

UN GUSTO DECISO

Le tante culture che compongono il popolo jamaicano hanno lasciato il segno anche nella cucina locale, che si presenta ricca di influenze provenienti da vari angoli del pianeta. Diverse tradizioni culinarie si sono sposate e sono state reinventate dando vita ai sapori inconfondibili che costituiscono la cucina dell’isola. Impossibile enumerare i tanti fantasiosi piatti che avrete modo di scoprire nel corso del vostro soggiorno. Ci limiteremo a fare qualche esempio tratto dalle pietanze più tipiche.

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Tra i piatti più popolari ricordiamo il jerk. La parola indica uno stile di cottura caratterizzato dall’immersione o dallo strofinamento a secco della carne in una miscela di spezie piccante dalla composizione variabile: pimento, cannella, erbe, noce moscata, cipolle etc. Con il termine jerk si indica, per estensione, il piatto cucinato con questa tecnica, di solito a base di maiale, pollo o pesce grigliato nel caratteristico barbecue ricavato da un barile di petrolio tagliato a metà. Ma forse il più tipico tra i piatti jamaicani è l’ackee and saltfish, servito di solito a colazione. L’ackee, anche se non originario dell’isola (dove arrivò dall’Africa occidentale) è considerato il frutto nazionale. La parte edibile viene cotta e servita insieme al baccalà. Onnipresente anche il celebre rice and peas, riso accompagnato da quelli che vengono chiamati “piselli”, mentre, in realtà, sono fagioli rossi. Nella cucina jamaicana non viene percepito come primo piatto, bensì come contorno per le pietanze a base di carne, pesce, verdure. Molto apprezzata la carne di capra, spesso accompagnata dal curry. Delizioso il callaloo, una zuppa preparata con un vegetale che ricorda gli spinaci. Lo snack più diffuso è il patty, una mezzaluna di pasta farcita con ripieni vari a base di carne e verdure speziate, comodo per spezzare la fame quando si è in giro. Tra le bevande ricordiamo il rum jamaicano (celebrato nelle storie dei pirati), la birra (la marca locale più nota è la Red Stripe), il vino allo zenzero e, tra quelle non alcoliche, caffè, tè e il latte ricavato dalla noce di cocco.

RASTA, REGGAE E BOB MARLEY

Un altro dei simboli della Jamaica è la religione rastafariana, etimologicamente legata all’espressione ras Tafari, titolo e nome di Haile Selassie, figura fondamentale di questo credo, prima dell’incoronazione a imperatore dell’Etiopia. La dottrina rastafariana nacque negli anni Trenta del Novecento e si proponeva di restituire dignità alla popolazione di origine africana. Vedendo in Haile Selassie il secondo avvento di Cristo sulla terra, i rastafariani ritengono che l’Etiopia sia la terra promessa nella quale un giorno Dio ricondurrà i suoi seguaci.

Caratteristica dei rastafariani è la capigliatura costituita dai dreadlocks (esito di un voto non obbligatorio per l’adepto), grovigli che ricordano la criniera del leone, simbolo della tribù di Giuda della quale Haile Selassie è considerato discendente, e nel contempo richiamano il mito di Sansone.

Pur non essendo lo stile musicale originario del movimento rastafariano e avendo un’origine indipendente da questo, il reggae – il genere che vi capiterà più spesso di ascoltare nel corso del vostro soggiorno sull’isola – è col tempo diventato veicolo e simbolo delle idee rastafariane, soprattutto grazie a Bob Marley, il cui mito è estremamente sentito sull’isola. Gli amanti del reggae non potranno rinunciare a una visita alla sua casa natale nel villaggio di Nine Mile, che custodisce la sua tomba-mausoleo e il Bob Marley Museum di Kingston, dove si potrà visitare l’abitazione e lo studio di registrazione del celebre musicista.

 

di Anna Rita Longo

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